WEB INVISIBILE – Navigare su internet è come attraversare un oceano di dati a bordo di un software. Di solito conosciamo già la destinazione del viaggio o almeno le tappe intermedie, cioè digitiamo un indirizzo web specifico e da lì clicchiamo sui vari link che ci interessano, muovendoci di pagina in pagina. Oppure ci affidiamo a un tour operator, un motore di ricerca come Google: gli diciamo cosa desideriamo e ci lasciamo trasportare da lui, fidandoci dei risultati che ci suggerisce. In entrambi i casi pensiamo che internet sia ciò che vediamo, o che ci viene fatto vedere. Come accade a chi è in crociera, quando finisce col pensare che l’orizzonte e la superficie dell’acqua siano l’oceano nella sua interezza, e dimentica la profondità. Là sotto lo sguardo non arriva, la nave non si immerge, Google non serve. Esiste un mondo di informazioni sommerse che costituisce appunto il contenuto del web invisibile. I motori di ricerca fanno il loro lavoro usando software automatici che senza sosta raggiungono siti, catalogano link e creano una specie di mappa orizzontale del web. Verticalmente però sono inefficaci: se un contenuto viene generato dinamicamente da un sito in tempo reale (si pensi a una ricerca in una biblioteca), o se non si tratta di testo, o ancora se il sito è scritto in un linguaggio di programmazione non usuale oppure richiede un’azione specifica per diventare accessibile (per esempio l’inserimento di una password), quella pagina sfugge ai motori di ricerca tradizionali. Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of Electronic Publishing da M.K. Bergman nel 2001, il web invisibile comprenderebbe circa 550 miliardi di documenti contro uno-due miliardi indicizzati da Google. La proporzione di 500 a 1 sarebbe confermata da una successiva ricerca del 2007 (Bin He e altri su Communications of the Acm) che ha anche individuato un coefficiente di crescita del 300% ogni quattro anni. Cifre a parte, la proporzione tra le due realtà è schiacciante. Fino ad oggi sono stati prodotti più di 380 studi su questo tema (quasi tutti di origine cinese) e sulle tecniche di indagine ed estrazione dei dati dal deep web. Si tratta di un vero oceano di informazioni organizzati sotto forma di contenitori di dati interrogabili dall’utente, più che in pagine web. Nessuna grande pretesa grafica, niente pubblicità, niente di tutto ciò che è l’internet che usiamo tutti i giorni. E’ un po’ come pensare agli archivi di un centro di ricerca universitario e confrontarli con i quartieri alla moda di una metropoli. Altra storia. Nel deep web si trova la maggior parte della cultura scientifica della rete, da lì passano i contenuti sensibili di cui si occupa Wikileaks e sempre lì si riuniscono virtualmente attivisti di ogni forma e specie, da quelli informatici a quelli politici e religiosi. In quel mondo lavorano i governi per sondare i pericoli internazionali e fare prevenzione, vi si impegnano i servizi di intelligence pubblici e aziendali per catturare tendenze in anteprima. Esistono interi mercati dell’informazione con professionisti iperpagati che si trincerano dietro attività dai nomi suggestivi, come data mining o information brokering. Sempre laggiù, ben lontano dalla superficie, si annida anche il peggio della rete, la parte oscura del web, la darknet, come viene definita. E’ una piccolissima parte del tutto, ma c’è. La libertà di pensiero e di espressione in un territorio virtualmente infinito comprende anche gli abusi di chi approfitta di quello spazio, in realtà difficilmente controllabile, per delinquere.
LA DENUNCIA DI ANONYMOUS – Il nostro viaggio parte dal comunicato ufficiale rilasciato on line il 15 ottobre da Anonymous, l’identità collettiva dietro la quale si celano singoli abitanti attivi di internet, accomunati dall’ideale della rete e dotati di grandi competenze informatiche. Per questo li definiscono hacktivisti. Il messaggio rivela i contenuti della cosiddetta Operation Darknet: dieci giorni di lavoro per sferrare un attacco a una lista segreta di siti web non accessibili tramite i normali motori di ricerca e contenenti materiale pedopornografico in abbondanza. Gli hackers mettono temporaneamente fuori uso Freedom Hosting, il server su cui risiede la maggior parte dei contenitori di immagini presi di mira dall’azione, rendendone l’accesso impossibile e risalendo a un database di utenti che sarebbe stato trasmesso alle autorità. In poco tempo quei siti per pedofili si riattivano. Ad alcuni basta ripristinare il backup dei contenuti, altri cambiano indirizzo d’accesso. Tutto torna più o meno come prima, anche se l’intimidazione di Anonymous è stata chiara e almeno è servita a portare alla luce la rete di contenuti illegali. Il punto di partenza è un portale generalista piuttosto indefinibile. Si chiama Hidden Wiki, fa parte del web invisibile, ha molteplici indirizzi (tutti poco affidabili), accedervi richiede pazienza e una trasformazione al software del pc. Occorre installare un sistema di anonimizzazione. Così non solo sei nella parte oscura del web, ma ci vai anche senza lasciare tracce e riesci a vedere nel buio i siti costruiti apposta per quella tecnologia.
PEDOFILIA – Pc anonimizzato, comunicato di Anonymous letto, una buona dose di pazienza e la ricerca comincia: di sito in sito, di forum in forum, di pettegolezzo in pettegolezzo, insuccesso dopo insuccesso, finalmente compare sullo schermo uno dei target attaccati dagli hacker a metà ottobre, su un nuovo indirizzo. Lolita city è un pianeta del dolore. Che per alcune migliaia di utenti registrati è invece un continente del piacere. Il portale propone centinaia di migliaia di immagini e videoclip pedopornografici categorizzati in base ai contenuti. I protagonisti, le vittime, vanno da zero a quindici anni. E zero vuol dire proprio zero, cioè dal momento del parto, come si vede subito da alcune foto piazzate in homepage. La categoria più cliccata è «padri e figlie». Ogni utente viene inserito in una classifica di gradimento della community interna, in base al numero e alla qualità dei contenuti postati. A ciascuno viene assegnata anche una sorta di specializzazione per età, confermata da una grafica stile manga: c’è chi si occupa di prima infanzia e chi invece è un fan della preadolescenza. L’impatto emotivo di questo contenitore di icone irriproducibili è davvero insostenibile: bambini e bambine adultizzati, resi seduttivi, avvezzi alla macchina fotografica; adulti che si scambiano complimenti e suggerimenti in bacheca, spedendosi vicendevolmente con messaggi cifrati ulteriore materiale fotografico. Non c’è cinismo che tenga: compresa la struttura del portale è necessario cambiare schermata. Su un sito analogo, «OnionPedo», navigare è più tollerabile perché non ci sono decine di foto che ti esplodono davanti a ogni pagina. Qui è tutto freddo, rigidamente catalogato e inserito in un database. Scegli età e sesso, ti compare un’infinita lista di contenuti di cui puoi intuire i dettagli dai titoli. Capito il meccanismo, in mezzora saltano fuori dieci siti analoghi. Tutti gratuiti, tutti visitati da migliaia di utenti. L’impressione è che sappiano cosa cercare e dove. Sembra una comunità di residenti, più che un folto gruppo di curiosi.
DROGA, KILLER E ALTRO – Non tutto è gratis, nella zona oscura della rete. Quando bisogna pagare, serve una valuta speciale: il bitcoin. E oltre tutto serve «pulita», cioè già lavata per non lasciare tracce digitali. Cosa si può comprare? Ce n’è per tutti i gusti, come all’interno di un luna park proibito. Ecco qualche esempio. «Hacker services» mette a disposizione virus informatici per attaccare persone o aziende sgradite, e sistemi di ricerca delle password altrui, per esempio. Interessante ma non così impressionante. C’è di più. «Contract killer» offre omicidi a pagamento, con tariffe dettagliate. Cinquemila euro di spese anticipate per un delitto in Europa, diecimila per una trasferta extracontinentale. L’obiettivo deve avere almeno 16 anni, e il costo dell’operazione è di 20mila euro per una persona normale, 50mila per un poliziotto, un criminale o un paparazzo, 100mila per un boss, un funzionario di polizia o un giornalista, fino a 200mila per un manager. Due mesi di tempo dal primo pagamento per completare la missione. Similmente «Slate», su un altro sito, accetta di colpire solo maggiorenni, esclude le donne gravide e rifiuta qualunque forma di tortura. Opera negli USA, la sua tariffa prevede 20mila dollari, metà subito e metà quando al committente viene inviata l’immagine della scena del delitto. Più un sovrapprezzo se deve sembrare un incidente. Alla stessa maniera si trovano anche veri e propri team di contractors per azioni punitive violente contro target prefissati. L’impressione è che si tratti spesso di soggetti sudamericani e a buon mercato. E poi il mondo della droga. Due siti su tutti: «Eradic» e «Silk Road». A differenza dei killer, per i quali l’incauto cliente dovrebbe fidarsi a occhi chiusi di ciò che legge sul sito, inviando quattrini a un potenziale truffatore, ben sapendo che in caso vada tutto male non potrà certo rivolgersi alla polizia e denunciare un sedicente assassino per avergli sottratto una somma di denaro con l’inganno, nel mondo degli stupefacenti esiste una buona credibilità, se così possiamo dire, grazie ai feedback dei clienti disseminati in giro per la rete. Come in una farmacia virtuale, in pochi istanti è possibile scorrere quasi quattrocento prodotti, con le quotazioni aggiornate e le fotografie delle scorte. Nessun codice segreto, nessuna metafora di copertura. Non è come nel web normale, dove per comprare una sostanza proibita c’è chi va a cercare tra i siti di lucidanti per auto, sperando che alla frontiera o in rete nessuno si accorga che ha ordinato un solvente a base di GBL per berselo a gocce (visto che nell’organismo si trasforma in GHB, detto anche scoop o ecstasy liquida) e non per pulirci i cerchi in lega. Nella darknet le coperture non servono: puoi comprare direttamente LSD, MDMA, hashish eccetera senza alcun problema lessicale. Tanto sei anonimo. Il problema poi è come e dove farti spedire la roba. Ma questo è un particolare che non riguarda internet.
Alessandro Calderoni
tratto da corriere.it 3 novembre 2011
Care lettrici, cari lettori, cari creditori
Nonciclopedia chiude a causa di una denuncia che Vasco Rossi ha sporto contro il sito.
Vasco Rossi si è sentito diffamato dalla pagina che lo riguardava.
Probabilmente si terrà un processo, al termine del quale quel brufoloso ragazzino quindicenne che ha scritto la pagina dopo essere stato picchiato dai suoi compagni di classe, adesso dovrà anche pagare gli alimenti al nullatenente Vasco Rossi.
Un uomo che ha vissuto l’esperienza della droga, l’esperienza del carcere, l’esperienza di stadi e folle che lo acclamavano, non poteva proprio sopportare l’idea di essere oggetto di satira su Nonciclopedia.
Ma ripercorriamo tutta la storia per spiegare meglio la vicenda:
Per tutta risposta, l’avvocato non risponde, nonostante Nonciclopedia conservi la notifica di lettura. Nessuna traccia nemmeno della fantomatica raccomandata spedita in California, al nostro host Wikia, come indicato nella mail dell’avvocato. Così, pensando che si tratti di una finta mail come spesso capita, Nonciclopedia lascia correre, non avendo avuto nessun riscontro della veridicità della comunicazione.
A seguito di questi fatti, gli amministratori hanno deciso di chiudere il sito a tempo indeterminato.
Ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito a questo meraviglioso e speciale sito, ma ancora di più ringraziamo tutti i nostri lettori per averci dedicato anche un solo minuto.
Nonciclopedia chiude.
di ALDO GRASSO
da Repubblica.it 30/09/2011
Il video dell’inaugurazione dell’Apple Store di Bologna, visibile su YouTube, crea qualche turbamento: sembra l’apertura di una jeanseria, un raduno di fanatici new age, l’adunata per la presentazione di una squadra di calcio di serie B. Entusiasmo, esaltazione, riti mercantili da centro commerciale: si vedono, per esempio, gli impiegati dello Store, tutti rigorosamente in t-shirt azzurra con la mela morsicata in primo piano, saltare e gridare «Tutti all’Apple Stooore, tutti all’Apple Stooore», come se la loro immagine provenisse da vecchie tv locali, quando Guido Angeli gridava «Provare per credere!» nello spot di Aiazzone o Giorgio Mendella organizzava i raduni di «Retemia» o Virgilio Degiovanni incitava le folle di «Millionaire». Una cosa inimmaginabile fino a poco tempo fa. Insomma, si fa fatica a capire cosa c’entri tanto fervore popolare con l’«emozione Apple» nata da uno slogan che invitava a pensare in maniera differente, «Think different», e presto diventata una sorta di religione per pochi, un culto di nicchia.
Ci sono ragioni commerciali che il cuore non conosce (gli Apple Store fanno semplicemente parte di una strategia commerciale che mira a vendere al maggior numero di persone i prodotti della casa di Cupertino), ma per noi, vecchi cultori del Mac, contano soprattutto le ragioni del cuore. Tanto più che l’apertura dell’Apple Store non era legata all’uscita di un nuovo prodotto e si fatica a capire perché uno debba fare la fila dal giorno prima per entrare in un negozio dove si vendono gli stessi prodotti che si possono trovare altrove.
Apple non è solo uno di quei brand conosciuti in tutto il mondo, ha anche un’identità così forte che non ha bisogno di alcun testimonial: ogni utente Apple diventa, suo buongrado, garante del prodotto. A poco a poco Apple si è trasformato in una brand community, un mondo a parte – il Mondo Mac – dove si entra come normali consumatori e si esce come protagonisti di un nuovo Rinascimento, il migliore dei mondi virtuali.
Come sostiene Antonio Dini nel suo libro «Emozione Apple», Mac, iPod, iPhone, iPad sono miti d’oggi: «L’innovazione è un sogno che diventa fatto, un’opportunità e una visione che si concretizzano». Un oggetto Apple ti fa sentire unico perché mentre usi una tecnologia all’avanguardia senti di appartenere a una comunità di eletti e di privilegiati.
Privilegiati o sfigati? Le immagini dell’apertura degli Apple Store in Italia sembrano parlare un linguaggio differente, lo stesso linguaggio che accompagna gli oggetti piegati a un pubblico mainstream dopo una lunga incubazione nell’eccellenza. Insomma, è come riuscire a visualizzare la sensazione di chi passa dalla griffe al tarocco, di chi indossa impropriamente un capo firmato. Del resto, mentre a New York e Londra gli Apple Store sono al centro della città, in Italia devono accontentarsi anche dei centri commerciali.
Ma l’aspetto più interessante è un altro ancora. L’uscita di scena di Steve Jobs è stata letta da molti osservatori in chiave cristologica; qui, invece, ci troviamo nella fase declinante del proselitismo, come se le parole del profeta o del guru si fossero già cristallizzate in una dottrina di massa. Ha scritto giustamente Stefano Pistolini: «Il computer non poteva essere mero progetto commerciale. Doveva essere una fede. Un destino, non un bisogno. Aspirazione non strumento. Partendo da questa cognizione, Steve Jobs, ventenne spiantato, dopo un’adolescenza turbolenta, fondò la stella-madre del Mondo Mac: la Apple, la Mela. Simbolo esoterico, apparso nella testa di Jobs che da ragazzo rimase colpito dall’etichetta dei dischi dei Beatles che, quando ebbero una società, la chiamarono Apple (transfert di grandeur)».
Passare dal famoso discorso all’Università di Stanford nel 2005, dove Steve spronava i giovani laureati spiegando loro che «il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore» e concludeva, da vero visionario, «Stay hungry, stay foolish» (siate affamati, siate folli), insomma passare da un progetto di vita alle urla belluine dei commessi che gridano «Tutti all’Apple Stooore», il passo è lungo. Non facile da elaborare.
This Eddie Vedder song was inspired by a book, a talk with an actress, and one late night. The Pearl Jam frontman explained to the Toronto Globe and Mail: “It’s about a conversation with Catherine Keener, and a book – I think it might have even been called Unthought Known. I got back late to my hotel in New York, and I pushed it that extra hour. I pushed the limits of how much you can drink and smoke, and this song came out of it. I think the thought of the song is that there are things that you know, and they’re in us, but we just haven’t thought of them. But they’re there, and we base decisions on them.”
Tutti i pensieri che non consideri mai
ma che fai in continuazione
La mente è vasta, la mente è profonda
oh, stai affondando?
Pensa al percorso di ogni giorno
quale strada stai prendendo?
Respira forte, e prendi il meglio
Si, questa è la vita
Cerchi l’amore e la prova
che meriti di essere tenuto
Hai ingoiato tutta la negatività
è così triste e disgustoso
Senti l’aria sopra di te
una piscina di cielo blu
Riempi l’aria di amore
tutto il buio con la luce delle stelle
Senti il cielo come una coperta
fatta di pietre preziose e diamanti falsi
Guarda il sentiero tracciato dalla luna
perché tu lo possa percorrere…
perché tu lo possa percorrere…
non è rimasto niente, non è rimasto niente
niente lì, niente qui
non è rimasto niente, non è rimasto niente
niente lì, niente qui
non è rimasto niente, non è rimasto niente
niente lì, niente qui
Guarda il sentiero tracciato dalla luna
perché tu lo possa percorrere
Guarda le onde sulle rive lontane
che aspettano il tuo arrivo
non sarai rivale di nessuno
Sogna i sogni di altri allora
non sarai rivale di nessuno…
non sarai rivale di nessuno…
un tempo lontano, uno spazio lontano
è lì che viviamo
un tempo lontano, un posto lontano
allora tu cosa stai dando?
cosa stai dando?